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Il pastore Paolo Ricca nel
rispondere a un suo lettore precisa il centro del cristianesimo |
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La risurrezione,
fondamento della fede cristiana
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«Il fatto meno dimostrabile, più discutibile è stato posto dai
primi cristiani al centro della loro fede» |
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Indiocesi.it
- Anno 6 - N.3 - maggio 2010 |
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Il pastore valdese Paolo
Ricca sul settimanale Riforma risponde a un lettore sulla
risurrezione
Il nostro lettore ha perfettamente ragione: l’insegnamento
di Gesù è così bello, vero e profondo che la fede in lui
potrebbe effettivamente consistere nel «credere nel suo
insegnamento a prescindere dalla sua risurrezione». Anche i primi
cristiani avrebbero potuto fare lo stesso discorso e fondare la
loro fede non su Gesù, ma sul suo insegnamento, «a prescindere
dalla sua risurrezione».
Per loro e per la loro evangelizzazione sarebbe
stato tutto molto più facile! È più facile convincere una
persona a diventare cristiana adducendo come argomento l’insegnamento
di Gesù, piuttosto che la sua risurrezione, che è e resta un
argomento debolissimo.
Perché? Per tre ragioni fondamentali.
[a] La prima è che la risurrezione non ha
avuto testimoni, a differenza della crocifissione, che ne ha avuti
molti. Come risorto (o quel che era) è apparso a molti, per
quaranta giorni, in luoghi e circostanze diverse (I Corinzi 15,
3-8; Atti 1, 3), ma nessuno lo ha visto risuscitare. La nascita,
la predicazione, i miracoli, la trasfigurazione, la passione e la
morte, la stessa ascensione di Gesù sono tutti avvenimenti che
hanno avuto testimoni; la risurrezione, tra i grandi fatti della
storia di Gesù, è l’unico a non averne avuti. I discepoli
hanno visto la tomba vuota, ma questo non vuol dire che Gesù sia
risorto: il suo corpo potrebbe essere stato trafugato (Matteo 27,
62-66). Proprio perché senza testimoni, la risurrezione è il
meno dimostrabile e il più contestabile di tutti i fatti della
storia di Gesù, e quindi il più debole degli argomenti a favore
della fede in lui.
[b] La seconda ragione per cui la risurrezione
è un argomento debolissimo è che è molto facile, quasi
inevitabile, sospettare che quello che gli evangeli e tutto il
Nuovo Testamento, a cominciare dall’apo-stolo Paolo, chiamano
«risurrezio-ne» sia in realtà qualcos’altro: a esempio
potrebbe trattarsi molto semplicemente di una visione, come
succede talvolta anche a noi di avere l’impressione di
«vedere» una persona cara che abbiamo molto amato e che se ne è
andata, ma il nostro amore è così intenso e il nostro ricordo
così vivo che, per così dire, la «vediamo» come se fosse
ancora viva; ma non è lei che risuscita, siamo noi che la
«risusci-tiamo» nella nostra memoria; non è una risurrezione
oggettiva, ma solo soggettiva. Così potrebbe essere successo ai
discepoli: il loro ricordo di Gesù era così struggente che,
rievocando il tempo trascorso con lui, credevano di «vederlo», e
hanno chiamato «risurrezione» quella che in realtà era una
semplice visione.
[c] La terza ragione per cui la risurrezione è
un
argomento debolissimo è che si tratta di un evento
che esula completamente dal campo non solo della nostra
esperienza, ma anche della nostra
immaginazione. E proprio perché è del tutto fuori dal nostro
orizzonte e non riusciamo in alcun modo a concepirlo, la sua forza
di convinzione è pressoché nulla.
Eppure, ecco il grande paradosso evangelico:
proprio questo fatto che è il meno dimostrabile, il più
discutibile e contestabile, il meno convincente e il meno
proponibile di tutti, è stato posto dai primi cristiani a
fondamento della loro fede. Qualunque altro fatto della storia di
Gesù (a esempio la sua vita esemplare, vita tutta e solo per gli
altri, oppure il suo martirio, oppure, appunto, il suo
insegnamento) avrebbe potuto essere scelto come «pietra
angolare» dell’edificio cristiano. Invece è stata scelta la
risurrezione, così dubbia e così facile da impugnare. Invece di
scegliere un argomento forte, i primi cristiani hanno scelto il
più debole.
E perché hanno scelto proprio quello? Perché
non lo hanno scelto loro. Lo ha scelto Dio per loro, o meglio loro
malgrado, cioè sfidando la loro incredulità. Se fossero stati
loro a scegliere, ne avrebbero scelto un altro, sicuramente non la
risurrezione. Dopo il Venerdì Santo, i discepoli erano pronti a
tornare alla loro vita di prima: l’avventura era finita, il
sogno era svanito. Nessuno immaginava che Gesù sarebbe risorto,
nessuno pensava a «risuscitarlo» almeno nei ricordi. Gesù per
loro apparteneva ormai al passato, tanto che all’inizio nessuno
ha creduto che fosse realmente risorto: «essi, udito che egli
viveva ed era stato veduto da lei [Maria Maddalena], non lo
credettero» (Marco 16, 11). Probabilmente hanno pensato che Maria
Maddalena aveva sognato o che aveva avuto una «visione» e l’aveva
scambiata per una risurrezione.
I sospetti del nostro lettore e di innumerevoli
altre persone in ogni secolo a proposito della risurrezione di
Gesù, li hanno avuti, per primi, proprio i Dodici, non solo
Tommaso, tutti hanno dubitato. Chi non dubita davanti a un
messaggio così incredibile? La risurrezione di Gesù, che Barth
chiama «la tangente di Dio che sfiora il nostro mondo», deve
sfiorare anche la nostra anima affinché impariamo, come Abramo e
con lui, a conoscere Dio «che fa rivivere i morti, e chiama le
cose che non sono come se fossero» (Romani 4, 17). È questo il
Dio della fede cristiana, che si è manifestato a Pasqua
risuscitando Gesù dai morti e risuscitando, con lui, anche la
fede dei suoi discepoli, e anche la nostra che, come la loro, era
morta il Venerdì Santo.
Ed è proprio perché Gesù è risorto, che i
suoi discepoli hanno raccolto e trasmesso il suo insegnamento, che
è giunto fino a noi non «a prescindere dalla sua risurrezione»,
ma, al contrario, unicamente a motivo della sua risurrezione. Se
Gesù non fosse risorto, sarebbe stato presto dimenticato, lui, la
sua storia e il suo insegnamento. Sarebbe stato storia passata,
nessuno ne avrebbe più parlato.
Naturalmente noi possiamo accettare il suo
insegnamento e accantonare la sua risurrezione. Ma dobbiamo sapere
che – per quanto strano possa sembrare a prima vista – abbiamo
il suo insegnamento solo perché Gesù è risorto. Quindi l’apostolo
Paolo ha ragione quando scrive: «Se Cristo non è risuscitato,
vana è la vostra fede» (I Corinzi 15, 17). Perché «vana»?
Perché se Cristo non è risuscitato, voi cristiani credereste in
un morto, grande finché si vuole, ma morto: dunque un uomo, non
il Figlio di Dio, un Maestro, non il Signore. Sì, si può credere
nell’insegnamento di Gesù, e non in Gesù Signore. Ma in tal
caso, si tratta di un cristianesimo diverso da quello che i primi
cristiani hanno confessato, spesso anche con il sacrificio della
vita. Anche i primi cristiani credevano nell’insegnamento di
Gesù, ma nell’insegnamento vivo di Gesù vivo, non nell’insegnamento
vivo di Gesù morto.
Sintesi dalla rubrica Dialoghi con Paolo
Ricca del settimanale Riforma del 12 marzo 2010
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