| |
Ding, professoressa di filo-sofia
all'Università di Pechino, moglie di Jiang Peikun, direttore del dipartimento
di Studi Americani nello stesso ateneo ha vissuto una vita normale fino
al 4 giugno 1989, quando l’esercito cinese represse la manifestazione di
Tiananmen. Il figlio diciassettene di Ding, Jiang Jielian, è stato una delle
prime vittime della repressione. L’evento la sconvolse al punto di tentare il
suicidio per ben sei volte.
Nell'agosto 1989 incontra un'altra madre in lutto come lei e
poi altre ancora. Insieme incominciano ad organizzarsi per parlare dei loro
problemi, per confortarsi ed aiutarsi a vicenda. Nasce così, una rete di 150
famiglie che hanno perso figlie e figli nel massacro di Tiananmen, che diviene
nota con il nome di "Madri di Tiananmen”, per chiedere al governo di
esprimere le sue scuse per quelle morti.
Per questo impegno sia lei che le altre Madri di
Tiananmen sono state perseguitate dalle autorità, imprigionate, condannate
agli arresti domiciliari, sottoposte ad una sorveglianza costante.
Nel 1991, dopo una intervista concessa alla ABC, il governo vieta a Ding e a
suo marito di portare avanti la loro attività di ricerca e di pubblicazione.
Le revocano anche l'iscrizione al partito e la costringono ad andare in
pensione. Viene detenuta per oltre 40 giorni. Dopo il rilascio è sottoposta a
stretto controllo. Ma le persecuzioni continuano. Dal 28 febbraio 2000 le
autorità la tengono sotto sorveglianza ventiquattrore al giorno. A
riconoscimento del suo impegno e delle sue battaglie è stata candidata nel
2003 al Premio Nobel per la pace. A.D.
|