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Supplemento d'anima

Din Zilin

di A D
Indiocesi.it - Anno 6 - N.2 - marzo 2010
 

  Ding, professoressa di filo-sofia all'Università di Pechino, moglie di Jiang Peikun, direttore del dipartimento di Studi Americani nello stesso ateneo ha vissuto una vita normale fino al 4 giugno 1989, quando l’esercito cinese represse la manifestazione di Tiananmen. Il figlio diciassettene di Ding, Jiang Jielian, è stato una delle prime vittime della repressione. L’evento la sconvolse al punto di tentare il suicidio per ben sei volte.

Nell'agosto 1989 incontra un'altra madre in lutto come lei e poi altre ancora. Insieme incominciano ad organizzarsi per parlare dei loro problemi, per confortarsi ed aiutarsi a vicenda. Nasce così, una rete di 150 famiglie che hanno perso figlie e figli nel massacro di Tiananmen, che diviene nota con il nome di "Madri di Tiananmen”, per chiedere al governo di esprimere le sue scuse per quelle morti.

Per questo impegno sia lei che le altre Madri di Tiananmen sono state perseguitate dalle autorità, imprigionate, condannate agli arresti domiciliari, sottoposte ad una sorveglianza costante.

Nel 1991, dopo una intervista concessa alla ABC, il governo vieta a Ding e a suo marito di portare avanti la loro attività di ricerca e di pubblicazione. Le revocano anche l'iscrizione al partito e la costringono ad andare in pensione. Viene detenuta per oltre 40 giorni. Dopo il rilascio è sottoposta a stretto controllo. Ma le persecuzioni continuano. Dal 28 febbraio 2000 le autorità la tengono sotto sorveglianza ventiquattrore al giorno. A riconoscimento del suo impegno e delle sue battaglie è stata candidata nel 2003 al Premio Nobel per la pace. A.D.