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Per
secoli abbiamo guardato al passato come a un’eredità
significativa, portatrice di saggezza, di direzione e di senso.
Con uguale disincanto abbiamo guardato al futuro, con tensioni
cariche di idealità, di progetti e di speranze. Forse anche un po’
cariche di un eccessivo ottimismo verso un mondo dagli obiettivi
ambiziosi. Si pensi solo all’idea di progresso senza fine.
Oggi siamo al capolinea della storia così come
è stata concepita finora con il suo dipanarsi tra presente,
passato e futuro e il posizionarsi sull’eterno presente, sul
tutto subito. La globalizzazione, l’ipercomunicazione
tecnologica e soprattutto il consumismo ci hanno inchiodato al
presente, all’attimo. Al godere immediatamente delle
possibilità che questi processi ci offrono, senza le rinunce e le
progettualità del passato.
Da un paio di decenni il presente è diventato
egemonico, rendendo obsoleto il passato, quindi anche il suo
insegnamento (di qui la crisi del passaggio di sapere e di
esperienze tra generazioni) e con esso anche l’immaginazione del
futuro. Insomma è una “sparizione del tempo”, come sostiene l’antropologo
ed esperto dei “nonluoghi ”Augè (Che fine ha fatto il
futuro, Eleuthera, 2009), e con esso anche del concetto di
storia com’è stato inteso finora.
È un “sisma mentale” (Augè) che richiede una forte cura e
un grande racconto.
Antonio Denanni
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