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Yolande Mukagasana
è stata insignita di recente di un premio UNESCO. Ruandese,
infermiera tutsi, rifugiata in Belgio, è tra i principali
testimoni del genocidio in Ruanda avvenuto nel 1994, dove sono
morte un milione di persone. Tra queste i tre suoi figli, il
marito Joseph, i suoceri e i fratelli del marito. La casa
distrutta, lei si è salvata perché nascosta per tre mesi in casa
di una donna hutu, indossando gli abiti tolti a un cadavere.
Questa è la sua storia che racconta in giro per il mondo, anche
in Italia, testimoniando queste atrocità affinché non si
ripetano più. Dice: «Ho capito il valore della vita solo
conoscendo la morte. Da allora, una spinta forte dentro di me mi
dice di rendermi testimone di ciò che è accaduto, messaggera di
vita soprattutto tra i giovani».
Yolande è oggi madre di 21
orfani, adottati in seguito a quel genocidio, è autrice di alcuni
libri che raccontano della sua vicenda ma anche di quella di chi
è scampato, di chi ha ucciso. «Nel momento in cui ho messo piede
sul vecchio continente, come rifugiata, ho capito che amavo ancora
il mio paese nonostante le sofferenze patite. E ho capito che un
giorno avrei fatto il lavoro che sto facendo: dialogare non solo
con i superstiti del genocidio ruandese del 1994, ma anche con i
boia. E cercare di mettere questi due dialoghi in prospettiva, per
fare comunicare i boia con le vittime. Perché? Perché ne va
della dignità del popolo ruandese. Non ci sarà riconciliazione
senza giustizia, certo, ma non ce ne sarà neppure se i boia
saranno demonizzati in blocco. Ciò che ho capito è che tra i
boia, alcuni sono vittime dell'essere boia. Ed é a loro in modo
particolare che dedico questo lavoro».
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