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Qualcuno sostiene
che l’ostilità verso gli immigrati sia dovuta alla sostituzione
di un atteggiamento sentimentale un po’ obsoleto - l’amore
verso il prossimo - con uno più razionale: gli immigrati tolgono
lavoro a società che già soffrono di disoccupazione e di crisi
economica.
Eppure guardando i dati - che nessuno contesta in
modo serio - negli anni dal 1995 al 2005 il benessere dell’Europa
sarebbe andato incontro a un declino senza l’ap-porto degli
immigrati. In Gran Bretagna, dove il loro contributo all’economia
è particolarmente alto (10 per cento), lasciano allo Stato 4
miliardi di dollari più di quanto costano. In Germania, nella sua
vita ogni immigrante dà allo Stato 50000 euro più di quanti ne
riceva. Vi è poi l’aiuto che viene dato ai paesi d’origine:
il milione di indiani che vive negli Stati Uniti rappresenta solo
uno 0,1 per cento della popolazione dell’In-dia, ma un 10 per
cento del suo reddito.
Date queste cifre, le buone regole dell’economia
dovrebbero suggerire di accrescere gli investimenti per gli
immigrati. Invece, seppur crescano le spese per accoglierli, con
una rapidità ben superiore crescono quelle per tenerli fuori.
Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti hanno aumentato del 400
per cento le spese per barriere e filtri all’immigrazione. L’Italia,
dove i costi per accoglierli e quelli per respingerli si
equivalevano, nel 2002 ha modificato il bilancio per dedicare solo
il 20 per cento ai primi e l’80 per cento ai secondi.
È il caso di dire che il
valore morale dell’accoglienza e dell’amore verso il prossimo
immigrato non solo sia giusto, ma anche economicamente
conveniente.
Antonio Denanni
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