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Nella
civiltà dei suoni e delle immagini, della comunicazione, della
pubblicità e del marketing si pensa al silenzio solo come
negazione del frastuono e della confusione che ci stringono
d'assedio. Ma al di là del rumore c'è qualcosa di più. C'è il
suono del silenzio, un mondo interiore da scoprire, o meglio, da
riscoprire.
Già nel 1969 Simon e Garfunkel
cantavano "The sound of silence".
"Si è molto discusso e scritto dei 'grandi silenzi' (mistici-estatici-emotivi),
dei silenzi negativi (subiti o imposti), dei silenzi sintomo (di
malattia o dolore), ma assai meno dei silenzi scelti - ha scritto
Nicoletta Polla Mattiot nel libro Riscoprire
il silenzio -; cercare una qualità
volontaria e deliberata del tacere è un privilegio contemporaneo.
Il mondo della comunicazione ha declinato fuori misura le
possibilità di entrare in contatto, trasferire informazioni,
dirsi, raccontarsi. Oggi siamo oltre i decibel, mentali e
acustici, recepibili. L'alternativa, in termini di efficacia, la
possibilità di farsi notare, è la privazione di qualsiasi suono,
l'assenza di rumore".
Meglio fermarsi allora, perché,
,come scrive ancora Polla Mattiot: "A volte è semplicemente
meglio tacere: per evitare lo spreco, per rivalutare le parole,
anche le più comuni. Un apologo orientale contiene, pur senza
darle, alcune spiegazioni: prima della predica di un maestro
bud-dista, un uccellino iniziò a cantare, il maestro tacque e
tutti ascoltarono in rapito silenzio, quando smise il maestro
annunciò che la predica era finita e se ne andò".
Antonio Denanni
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