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Cineforum

Il bambino con il pigiama a righe

di Walter Gambarotto
Indiocesi.it - Anno 5 - N.1 - gennaio 2009
 

  Lo sfondo è quello spietato dell’Olocausto. Bruno (Asa Butterfield) è un bambino di otto anni figlio di un ufficiale nazista, la cui promozione porta la famiglia a trasferirsi dalla comoda casa di Berlino in un’area desolata. Qui questo ragazzino solitario non trova nulla da fare e nessuno con cui giocare. È così che, incurante delle continue raccomandazioni della madre, decide di esplorare il giardino posteriore e di spingersi verso la “fattoria” lì vicino, dove incontra Shmuel (Jack Scanlon), un coetaneo “dal pigiama a strisce” che vive una vita totalmente diversa dalla sua dall’altra parte del filo spinato. Un incontro che conduce Bruno dall’innocenza a una consapevolezza maggiore del mondo degli adulti che lo circonda… Nonostante quella recinzione a dividerli, le vite dei due diventano inesorabilmente collegate. Il film è ricattatorio, non è moralista e non produce nello spettatore uno struggimento che pian piano si trasforma in un senso di fastidio. Non è nemmeno consolatorio, perché in questa storia d’amicizia fra Schmuel e Bruno non c’è assolutamente spazio per la redenzione. I cattivi, che sono gli adulti, restano cattivi, e nei loro sguardi non si coglie mai il rimorso o il pentimento. Il padre di Bruno riesce ad essere ottuso e sgradevole fino all’ultimo fotogramma, ed è una scelta giusta e coraggiosa, tanto più se si pensa che il film, targato Disney, nasce come prodotto destinato a un pubblico di bambini. L’idea di base è originale (un bambino che crede che il campo di prigionia sia una fattoria in cui lavora gente in pigiama), anche se non possiamo non pensare a La vita è bella di Roberto Benigni.

Il bambino con il pigiama a righe ci racconta la malvagità umana, per poi lasciarci sconcertati con un finale a dir poco tremendo che ci fa capire perché ci troviamo di fronte a un’ opera coraggiosa. Interessanti sono poi i personaggi di Schmuel, che si porta dietro una dolorosa consapevolezza, e di Bruno, che smettendo di adorare il padre diventa adulto a soli 8 anni. Debole invece, e stereotipata, la mamma di Bruno (Vera Farmiga), divisa fra l’amore per il marito e l’orrore di fronte al massacro degli ebrei.

Walter Gambarotto