Michele Buniva, Sebastiano Giraud, capi della
Loggia massonica di Pinerolo, e il pastore valdese Samuele Peyran
di Pomaretto, che era stato segretario di Voltaire - tutti in
stretto collegamento con i massoni di Francia - diffondono
proclami, promet-tendo ai contadini ed agli operai la liberazione
da tutti i balzelli e la distribuzione dei
beni
delle famiglie
nobili.
Sull'esempio della plebe parigina invitano a
sollevarsi e a proclamare la sovranità popolare, propugnando il
rovesciamento della monarchia sabauda.
Nel 1793, ritenendo la Francia colpita a morte
dalle discordie interne e dagli alleati, Vittorio Amedeo III
(1773-1796) le dichiara guerra pensando di poter allargare i
confini del suo stato.
Pinerolo diviene, per la sua posizione
geografica, la sede dell'Armata delle Alpi: l'esercito, però, era
male organizzato e senza alcuna esperienza.
La Val Pellice è teatro di forti scontri.
Vengono sequestrate le campane delle chiese. Le
tre campane di S. Donato vengono inviate all'Arsenale di Torino
per costruire cannoni.
La guerra rovinosa termina con l'armistizio di
Cherasco nel 1796, e Pinerolo è costretta a fornire viveri e
foraggi alle truppe francesi che depredano le campagne.
Si aggiunge alla miseria, anche la carestia.
Nel 1796 a Vittorio Amedeo III succede Carlo
Emanuele IV (1796-1802), un personaggio malaticcio e
insignificante, incapace di opporre resistenza alla marcia della
rivoluzione.
Il proclama rivoluzionario che chiede la
sollevazione dei piemontesi ed inneggia a Napoleone passa di mano
in mano.
Nel luglio 1797 Bricherasio si solleva contro i
conti Cacherano per l'uso delle acque del Pellice destinate ai
pascoli, ed invece convogliate verso le loro proprietà terriere.
A Campiglione, il Marchese Luserna di Rorà è
assediato nel suo castello da 2 mila valdesi.
L'8 dicembre 1797 fa il suo ingresso in città
il 2° Vescovo di Pinerolo, Giuseppe Maria Grimaldi, uomo di
grande cuore e di spirito liberale. Egli scende tra il popolo
invitandolo alla pace e reclamando giustizia, al di fuori di ogni
violenza.
Frattanto dal Colle della Croce, fuoriusciti
piemontesi e rivoluzionari francesi violano i confini ed incitano
gli abitanti delle Valli alla rivolta. Pinerolo vede passare
truppe reali dirette nella Val Pellice per sbarrare loro il passo.
Il terrore e la confusione regnano ovunque.
Il Direttorio francese, sospettando che Carlo
Emanuele IV aderisca alla Lega di Inghilterra, Austria, Russia e
Turchia, manda le sue truppe a invadere il Piemonte onde abbattere
il regno, costituendo a Torino un governo repubblicano
provvisorio. Il Re si rifugia in Sardegna il 9 dicembre 1798,
impotente a resistere alle pressioni del Governo francese.
Il 21 settembre 1798, 4500 soldati, agli ordini
del generale La Suire, erano entrati in Pinerolo dalla Porta di
Francia. Il Comune è obbligato al mantenimento dell'esercito
francese ed al versamento di un tributo di cinquantamila lire,
pagabili in denaro e preziosi, da ottenere dai nobili, dai ricchi
e dal clero, considerati nemici dei princìpi repubblicani.
Il La Suire minaccia il saccheggio della Città
e con una lettera ai "cittadini consiglieri" sollecita
il pagamento del tributo entro ventiquattro ore.
La municipalità supplica la cittadinanza ad intervenire
offrendo "doni patriottici".
I Giacobini chiudono al culto la Chiesa di S.
Domenico e la trasformano in pubblico teatro e luogo per balli e
banchetti.
Il clero è profondamente diviso sul piano
politico: alcuni vedono di buon occhio il nuovo ordinamento
repubblicano trascinati dalla rivolta contro le sfacciate
ricchezze e i disgustosi privilegi, altri sono preoccupati
dall'emergere di forti tendenze antireligiose.
(2.Continua)
Aurelio Bernardi, Rivista diocesana, n.1 del 2004