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Renato, varesino, è un
artigiano di 66 anni. Fin dall’infanzia è vissuto a Milano, non
è sposato. Da due anni è in pensione e ha deciso di diventare
oblato e condividere la vita di quattro frati che abitano l’ospizio
costruito nel 1050 da San Bernardo di Menthon, patrono delle Alpi
e degli alpinisti. I monaci si chiamano canonici regolari di Sant’Agostino,
anche se li ha fondati San Bernardo. Sono appena 65 sparsi fra
Svizzera ed Italia. L’ospizio è situato nel cuore delle Alpi a
2473 metri di altitudine sul colle del Gran San Bernardo. Senza
televisione, senza radio, senza giornali. Solo la copia di “Avvenire”
del venerdì, se qualche pellegrino sale al convento in
pellegrinaggio. In inverno si raggiungono i 30° sotto zero. Tira
vento estate ed inverno, soffia anche a 268 Km orari e può
sollevare metri e metri di neve. Davanti all’ospizio si forma un
muro bianco e bisogna uscire dalle finestre del primo piano. Molte
persone salgono al convento spinte dalla voglia di ascolto
interiore, di intimità con la natura, alla ricerca di un luogo
dello spirito. Arrivano con gli sci ai piedi, tre ore di marcia
sulla neve. La prima volta che Renato salì al Gran San Bernardo,
aveva circa 40 anni. In compagnia di amici si fermò per una notte
al convento. Un suo amico, vedendo una strana luce nei suoi occhi,
gli disse di fermarsi lì per sempre. Aveva visto giusto. Renato
per anni è salito al convento e appena ha potuto ha chiesto al
priore di prenderlo all’ospizio. Solo al colle ha trovato la
pienezza della vita, la risposta al suo bisogno di solitudine e
silenzio.
Simona Bruera
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