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Giorgio e Silva Brezil,
marito e moglie, lui dipendente dell’ospedale, lei assistente
capo della polizia stradale, oggi, entrambi in pensione, vivono in
Carnia. Sposati dal 1972, hanno sempre sentito la necessità di
rendersi utili. Iniziano ad ospitare per anni dei bambini di
Cernobyl. Nel 1994 prendono in affido Massimiliano, un sedicenne
disagiato. Purtroppo Massimiliano si ammala di tumore e muore
prima di aver compiuto diciotto anni. Ora hanno in adozione una
vecchietta di novant’anni, Mariute, che ha vissuto in manicomio
dall’età di tredici anni. La accudiscono, le tengono compagnia,
la coccolano. Anche la loro figlia Francesca, ventiquattrenne e la
nipotina Giorgia di sette anni si occupano di lei. Mariute, di
famiglia poverissima e padre alcolista, fu rinchiusa in manicomio
per un leggero ritardo mentale. Allora, negli anni venti, ci
voleva poco per finire in manicomio. Bastava essere ciechi o
sordomuti dalla nascita per essere rinchiusi. Settantasette anni
di manicomio hanno segnato Mariute: se sente urlare si
irrigidisce, piange quando sogna di essere ancora nelle camerate
del manicomio. Le piace essere chiamata con nome e cognome. È
come se cercasse ogni giorno la conferma che esiste. Mariute ha
bussato, i coniugi Brezil le hanno aperto spinti da un’esigenza
che li porta ad occuparsi di chi ha più bisogno di essere amato.
Simona Bruera
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