C'è intanto nelle due chiese, la mia e quella valdese, una fascia
di credenti che in buona fede temono l'ecumenismo. Solo ieri un
prete cattolico mi diceva: Tu sei per i valdesi. Insomma c'è un
tifo pro e un tifo contro. Il problema è più complesso. Il
cattolico integralista vede nell'ecumenismo un cedimento o una
confusione. Più o meno come l'integralista valdese che immagina
l'ecumenismo come una specie di voluta integrazione che minaccia
la propria identità. Il cattolico integralista non cerca la
verità ma la possiede, il valdese integralista vive la propria
fede in funzione della nostra che non è autentica ed è nemmeno
fede.
Ritengo invece che l'ecumenismo sia sì una marcia verso
l'unità, ma l'unità che riconosca le diversità degli uni e
degli altri, come complementari e arricchenti, una marcia di
conversione e anche di revisione che conduca le diversità non
solo a riconoscersi ma a riconoscersi come legittime
interpretazioni della Rivelazione che è unica essendo uno Cristo
Signore. Il cammino è lungo e non sappiamo né dove conduca né
quali saranno le tappe intermedie.
Intanto le differenze ci sono e non si possono tacere o
minimizzare. Ma almeno cerchiamo di considerarle per quelle che
sono, permettendo che ciascuno dica la sua posizione e non debba
essere costruita dagli altri.
Non può essere un valdismo secondo i cattolici, ma solo un
valdismo secondo i valdesi, così non si può dare un
cattolicesimo secondo i valdesi ma un cattolicesimo secondo i
cattolici. Tocca ai valdesi dirci chi sono e tocca ai cattolici
fare lo stesso. Penso che oggi siamo in questa fase di confronto,
anzi è un confronto in fase preliminare, poiché non ci
conosciamo ancora bene. Ciascuno interpreta l'altro non per quello
che è veramente, ma per quello che noi pensiamo che esso sia. Noi
cattolici abbiamo la tendenza a cattolicizzare il valdese, il
valdese a chiuderci in un monolitico immobile che dia ragione alla
propria diversità.
Spiritualmente sono anche del parere che questo confronto sia
debole su un punto. Infatti confrontarci corre il rischio di
essere esercizio ecclesiocentrico, mentre l'ecumenismo dovrebbe
essere la nostra conversione a Cristo Signore. L'ecumenismo è
confrontarsi con la Parola di Dio. Deve essere una vocazione,
cioè una chiamata; non una chiamata dalla Chiesa, dalla mia
tradizione confessionale, ma dal Signore di cui dobbiamo fare la
volontà.
Troppe volte le Chiese si sono sostituite a Dio, infatti
parlano molto di sé e poco di Dio. Il dativo di Calvino
"Soli Deo gloria" e il genitivo di Ignazio "Ad
maiorem Dei gloriam" ha cambiato sostantivo: non Dio ma la
Chiesa.
L'indifferentismo nasce anche da questa
situazione: noi predichiamo noi stessi, non Dio. E noi non siamo
molto affascinanti. Non l'ospite che è poi il Signore viene fatto
conoscere, ma la casa. C'è un eccesso di ecclesiologia o di
moralismo, mentre dovremmo predicare Cristo che è più della
Chiesa, più dell'etica. È Cristo che ci salva, non i buoni
principi che senza di Lui sono sterili.
Lo devo confessare: sia il confessionalismo
valdese, sia il clericalismo cattolico mi danno un certo fastidio.
Forse è per questa ragione che ho avuto e ho migliori rapporti
con esponenti valdesi laici cioè non inseriti nel vertice della
Chiesa, facenti parte però di questo popolo meraviglioso per
serietà, impegno professionale, capacità di adattamento e di
affezione a queste valli.
(…) Senza dubbio la mia simpatia per il
popolo valdese sta nella mia formazione teologica che è votata
all'essenzialismo e al primato del Vangelo (almeno
in teoria perché io sono peccatore), ma anche
alla storia di
questa chiesa e al suo radicamento
nella civiltà alpina che è civiltà ecumenica ante litteram.
È un popolo che amo molto al di là dei
confini confessionali. Un popolo di gente solida, di poche parole,
abituata alla fatica e alla solidarietà, con alle spalle una
storia gloriosa di libertà e di impegno.
(5. Fine)
V.Morero, Pinerolo a memoria, 2001