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| Cineforum |
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Le invasioni barbariche |
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Regia di Denys
Arcand (2003) |
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Indiocesi.it
- Anno 3 - N.3 - maggio 2007 |
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Così come le invasioni barbariche
segnarono inevitabilmente il declino dell'impero romano, allo
stesso modo i "barbari" di oggi travestiti da uomini
d'affari in doppio petto, consacrati ai soldi e alla tecnologia -
che conducono una vita frenetica e omologata - stanno minando
quella civiltà occidentale che, secondo il regista, è cominciata
con Dante e Montaigne.
Questa opera di Arcand racconta di Remy, un professore colto e
impegnato, e dei suoi ultimi tragici giorni. Egli ha vissuto
un'esistenza sregolata, da libertino, ha amato tutti i piaceri
della vita, dell'arte e della cultura, ha inseguito ideali che
spesso lo hanno deluso ma che non ha mai abbandonato. Sulla soglia
della cinquantina scopre di avere una malattia terminale, solo,
abbandonato da amici e figli. La ex-moglie Louise, che nonostante
i tradimenti gli è sempre rimasta vicino, convince il figlio
Sébastien, con un carattere ed una vita diametralmente opposti a
quelli di Remy, a tornare a Montreal per sostenere suo padre. Il
ragazzo, affermato agente finanziario, riesce a riunire intorno al
letto del padre un'allegra brigata di amici del professore,
composta da funzionari, docenti, alunni, tossicomani e studenti,
nonché di ex amanti.
Sferzante, cinico, diretto, il film mostra uno spaccato di vita
comune a molte persone. Racconta la vita così come è, ricca di
dolori e allegrie, di passioni e rinunce. Tocca le corde della
commozione ma non si dimentica che anche nei momenti più cupi
basta una frase detta in un certo modo per farci sorridere. Tratta
argomenti "scottanti" come quello della droga da usare
per fini terapeutici, quello dell'eutanasia, quello della
corruzione e della mala sanità. Malgrado la tristezza che sempre
accompagna la fine di una esistenza, il film è un canto di lode
alla vita stessa, e soprattutto un inno alla giovinezza: è un
cantico nei confronti di un periodo ricco di speranze, sogni,
illusioni. Non è facile congedarsi da chi si è amato, non è
facile accettare di andarsene e non poter più tornare, non è
facile pensare che tutto continuerà anche senza di noi, eppure
nonostante il rimpianto per non avere cercato mai il senso
profondo delle cose, il professore si congeda da tutti consapevole
dei propri errori ma non rinnegando la propria natura.
La sceneggiatura si avvale di dialoghi sapientemente costruiti,
colti, ricchi di citazioni e richiami letterari che spaziano da
Platone, Seneca e Dante fino a opere contemporanee come "Se
questo è un uomo" e "Arcipelago Gulag”. È un modo
appassionante e coinvolgente per riflettere sul senso della vita e
su ciò che è davvero importante.
Walter Gambarotto
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