Intanto in questo dialogo-confronto c’è
anche una sfumatura da tenere presente. Il valdismo è una chiesa
non solo nelle valli, ma in tutta la penisola. Non è una porzione
di cristiani che stanno sul territorio pinerolese. Non sono quindi
una geografia limitata, tanto meno una porzione della mia Diocesi.
Quindi noi a Pinerolo dialoghiamo e ci confrontiamo con il I
Distretto della Chiesa valdese, ma la Chiesa valdese è
dappertutto ed essendo una chiesa protestante è in tutta Europa e
nel mondo.
Non ho mai capito perché certi quotidiani
facciano la cronaca del sinodo nelle pagine di Torino, come solo
il Tg3 regionale dia spazio ad un avvenimento che interessa i
valdesi di Calabria e di Milano, nonché di Napoli.
È giusto e legittimo che i valdesi facciano
molta memoria del passato perché la memoria fa parte
dell'identità di una persona, ma la memoria valdese sembra
qualche volta una specie di continuo richiamare le nostre
responsabilità, le responsabilità della mia chiesa che ha senza
dubbio commesso molti peccati in quanto chiesa - io non credo alla
teoria di una chiesa tutta santa, la chiesa è santa e peccatrice
assieme - ma noi oggi non siamo responsabili di quelle colpe e
quindi non possiamo chiedere perdono o essere perdonati. Ma allora
- mi chiedo - fino a che punto questa memoria valdese va invocata?
Forse la domanda è mal posta: bisognerebbe chiedersi infatti a
quale scopo invocare questa memoria? Senza dubbio per riconoscenza
verso i loro padri che hanno resistito, hanno lottato, non sono
venuti meno alla loro fede. Poi per una giusta e lodevole
autocertifìcazione, autoalimentazione del proprio essere e del
proprio agire. Anche per ricordare le differenze, e quindi le
distinzioni. Non dovrebbe però essere usata per definire la
chiesa di oggi, la chiesa dell'eredità, sia essa chiesa
perseguitante sia essa chiesa perseguitata. E invece succede
talvolta di sentire in questa memoria una specie di traslazione
per cui i valdesi si sentono ancora oggi perseguitati e sentono i
cattolici di oggi come dei persecutori. Invece né la Chiesa
valdese è oggi perseguitata né oggi noi cattolici li
perseguitiamo.
Inoltre penso che la memoria debba essere
completa nel senso che bisogna anche dire i colpi inferti, non
solo i colpi ricevuti. Certo non c'è paragone fra i colpi inferti
dall'inquisizione e le reazioni che erano senza dubbio più che
giustificate quindi normali. Ma nel periodo ultimo, quello
apologetico-pole-mico, esisteva una certa parità nel dare e nel
ricevere. Noi chiamavamo i valdesi eretici, mettevamo in dubbio
persino la loro fede, usavamo la denigrazione più acerba, ma
anche i valdesi descrivevano la nostra Chiesa come la Babilonia,
come la prostituta e noi cattolici come idolatri, pagani ecc. Ciò
è durato per molto tempo, qualche volta affiora ancora oggi, per
cui già ai tempi del Concilio si cercò di dimostrare non ciò
che il Concilio era ma ciò che il Concilio non era; c'è una
lettura del cattolicesimo sempre in chiave peggiorativa, nel senso
che le nostre posizioni anche dottrinali vengono in qualche modo
interpretate non per quelle che sono, ma in funzione della propria
autenticità e della propria ragion d'essere. Faccio solo un
esempio recente: volendo affermare una posizione più possibilista
circa l'eutanasia è stato detto che la dottrina e la prassi
evangelica non considerano come noi cattolici la sofferenza avente
un valore intrinseco. Poiché personalmente non ho mai pensato che
la sofferenza avesse un valore intrinseco, sono andato a
compulsare i nostri testi e non ho trovato traccia di una simile
posizione. I valori della sofferenza sono tutti estrinseci e cioè
l'amore, la donazione, la penitenza come desiderio di un riscatto.
Anche i cattolici non sono masochisti, anzi ci fu un tempo in cui
i protestanti ci accusavano di aver dimenticato la theologia
crucis per il nostro abituale tendere alla glorificazione di
noi e della chiesa.
(4. Continua)
V.Morero, Pinerolo a memoria, 2001