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La Chiesa insomma è la Parola
di Dio, l'Eucarestia, il perdono, la comunione, la fraternità, la
fede, la speranza e la carità, ma è anche i nostri peccati. I
soliti: piccole ambizioni, il complesso dell'ombelico per cui le
mie iniziative sono il top, quelle degli altri insignificanti, le
piccole gelosie un po' meschine, la competizione per uno straccio
di potere, l'uso del ricatto per piegare il prossimo e tirare il
potere dalla tua parte, l'uso indiscriminato delle etichettature,
le corporazioni degli amici come una specie di alleanza politica,
il giudizio facile, immediato, poco meditato. Insomma tutti i
difetti degli uomini, di una società che è divina per il suo
Fondatore, santa per la Parola e la Grazia che vi scorre con
abbondanza nonostante tutto, per le buone ispirazioni alla
santità che per il 70 è opera del Signore e non nostra, ma anche
fatta di uomini che stanno nella storia e nella cronaca quotidiana
Piccoli giochi di potere, anche,
come quando una piccola delegazione di preti mandò all'aria la
scelta di un vicario generale che aveva un suo carisma personale
molto vicino alle istanze dei più poveri. Peccato! Comunque non
difetti tali da oscurare la serietà delle tendenze, che oggi sono
due: c'è una corrente effìcientista ai confini del semi
pelagianesimo, per cui contano molto le opere, i mezzi anche
finanziari, le leve di potere, il giornale che faccia l'apologia e
solo l'apologia mai una piccola critica, un buon dinamismo di
gestione, una certa identità fra fede e politica, quest'ultima un
pochino stimata instrumentum regni, la preghiera certo, ma
per assicurare e non per relativizzare e problematicizzare.
E c'è una corrente più
spiritualista che mira all'autenticità, non crede molto né alle
leve del potere (e infatti non le cerca e quindi ne resta priva)
né ai mezzi mondani, fa amicizia e alleanza ma su dati ideologici
precisi, ha grande fiducia in una Chiesa leggera (povera) ove si
fa pesante solo la Parola di Dio e la testimonianza, ma sovente è
una Parola che stenta a incarnarsi e a diventar decisione. Infatti
questa corrente è un pochino frenata da un dibattito che mira
alla chiarezza, ma con lunghe pause di attesa, anche perché crede
molto al destino escatologico che relativizza il presente e spompa
le imprese umane. Sono due correnti fìsiologiche con qualche
patologia da guarire E per guarirle bisognerebbe equilibrare
meglio la rappresentanza al vertice per dare ad entrambe uno
spazio sufficiente per incontrarsi, confrontarsi e fare sintesi,
non elidersi. La fraternità è il tesoro più grande di una
Chiesa, non sempre è così. Non solo e non tanto la fraternità
retorica e sentimentale, ma quella anche intellettuale che è
stima e fiducia reciproca. Certo la fraternità secondo la fede,
ma la fede è sovente quella che ci manca. Signor nostro
perdonaci, non siamo male, ma potremmo essere senza dubbio meglio.
Non siamo male perché è una
diocesi attiva con comunità vive, attenzione ai poveri con la
Caritas, fornita di una scuola di teologia per laici, aperta alle
problematiche sociali (c'è una Cooperativa che dà lavoro ai
giovani disoccupati), ecumenica, giovane (c'è un Centro giovani
che lavora bene), un giornale al servizio del territorio, il
diaconato, una certa attenzione alla cultura e all'arte. Ma
potrebbe essere meglio nelle congiunture e nelle relazioni, nella
fiducia e nella comprensione dell'insieme e reciproca. Forse è
anche una chiesa troppo piccola, angusta geograficamente, ove
preti, laici e comunità si conoscono perfìn troppo e quindi
possono essere fra loro molto solidali, ma anche molto reattivi,
ove certo emergono più facilmente i doni e i carismi di tutti e
di ciascuno, ma anche i difetti e noi amiamo i nostri doni e i
difetti degli altri, i nostri difetti li copriamo facilmente anche
se ci pensano gli altri a segnalarli forse anche a ingrandirli a
benefìcio della nostra umiltà, che però tante volte non è
umiltà ma semplicemente presunzione offesa. Abbiamo avuto sempre
degli ottimi vescovi, molto laboriosi, molto pii, pazienti e
buoni. È stata una grande fortuna, come è stata una grande
fortuna avere generazioni di preti formidabili sia fra quelli che
mi hanno preceduto sia fra quelli che vengono oggi dopo di me e
sono migliori di me. Ho girato molto, ho conosciuto molte altre
chiese come le nostre, ma sono sempre tornato volentieri a
Pinerolo. Quindi è una chiesa che amo e che amo molto e quando
uno ama molto, soffre anche molto. Soffre nel dare, ma soffre
anche nel ricevere, soffre per la Chiesa ma anche a causa della
Chiesa che si autoproclama madre ma qualche volta non lo è. Ma la
Chiesa siamo noi e quindi i conti tornano.
(9. Fine) V.Morero, Pinerolo
a memoria, 2001
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