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L'accusa di essere solo dei teorici, mi ha spinto
fra le altre ragioni a chiedere di diventare parroco di Baudenasca
e di San Luigi. La pastorale sul terreno, come dicono i francesi.
La pratica quotidiana. Il secondo motivo era il mio desiderio di
lasciare Casa Alpina che anche dopo la morte di don Barra mi
occupava come assistente senza alcuna responsabilità, data ad
altri che dirigevano da Pinerolo. Ho sempre sentito attorno alla
mia persona molta diffidenza, perché la Chiesa è anche questo:
c'è chi è simpatico e chi no. Presi la decisione immediata
quando il vescovo venuto a Casa Alpina mi disse che non trovava
nessuno per Baudenasca, in tre avevano detto di no (ai tempi di
Binaschi ciò non succedeva, lui destinava e ciascuno filava). Io
dissi di sì, ma poi mi pentii non poco, perché da Baudenasca
arrivò una delegazione che fece opposizione alla mia nomina. I
motivi? Nell'incontro con la delegazione mi si disse che ero un
intellettuale e rischiavo di non essere capito; ma i motivi erano
altri e io lo sapevo perché avevo a Baudenasca un informatore
molto preciso. Risposi che da 19 anni predicavo e dicevo Messa
alla Jacopo Bernardi e i miei vecchietti mi avevano sempre capito
e mi volevano bene. Fu per me un brutto momento. Avrei voluto
decisamente ritirarmi, ma non volevo far soffrire la mamma che
sarebbe venuta con me. Così arrivai a Baudenasca e a San Luigi. (…)
Mi buttai con entusiasmo nel lavoro delle due parrocchie, i miei
predecessori avevano lavorato molto bene. Per cui oggi ricordo con
una punta di nostalgia i ragazzini che affollavano la piccola
sacrestia per servire la messa, i ragazzi, molti, a cui acquistai
le maglie per il calcio, i giovani che vennero a più campeggi
estivi organizzati, le gite di due giorni a Venezia e ad
Assisi-Firenze, la Schola Cantorum molto affiatata e ben diretta
da Simona, il dinamismo della "Santiano Dante", a cui
concessi il terreno per il campo da tennis e di bocce, lo stuolo
non piccolo di persone anziane cariche di fede e di saggezza
contadina, la catechesi per adulti che svolsi durante una
Quaresima nelle case con i vicini invitati (fu una esperienza
limitata perché dopo la mia breve concione, arrivavano le paste e
la bottiglia e quindi la catechesi diventava una festa sia pure
simpatica e gradevole), ricordo anche i lutti tremendi (Romano,
Aurelio, Scalerandi), le tante lacrime mescolate alla gioia di
molte feste. (…) Ho sempre creduto molto ai doni che lo Spirito
elargisce e adesso questi doni li toccavo con mano. Anche in
persone molto semplici ma buone e generose. Cercai anche di
equilibrare la pietà popolare con la liturgia, restaurai le
Rogazioni, il Rosario nelle molte cappelle della frazione il mese
di maggio, curai molto nei primi anni la Benedizione delle case,
la festa di Sant'Isidoro, il Recital di Natale che era opera delle
ottime animatrici (Simona, Renata, Lucia, Patrizia, Antonella).
Ora bisognerebbe moltiplicare tutto questo per
sessanta e avremmo la panoramica di una comunità particolare (la
Diocesi) molto ricca e variegata. Variegata e pluralista nella
teologia e nella spiritualità.
Pluralista con le dovute dialettiche che ci sono
sempre state, anche nei tempi più vicini a noi oggi e non solo
durante il referendum sul divorzio che divise la comunità non
sui principi ma sull'opportunità o meno di avere una legge per
chi non è credente e non segue la disciplina cattolica.
Divisioni politiche, ideologiche, culturali,
spirituali che talvolta dormono sotto la cenere e talvolta
esplodono. Ho lavorato molto per il Sinodo che ha fatto sentire
tutte le voci in modo serio, ho ammirato il vescovo Giachetti per
il suo ecumenismo e per la sua lunga pazienza. Perché oggi un
vescovo corre molti rischi. Se mira al consenso e cerca di
accontentare tutti è bloccato un pochino e non esce fuori una
linea chiara, se mira alla realtà e non al consenso deve mediare
molto e fare sintesi, se usa il potere rischia di emarginare e di
isolarsi.
(8.
Continua)
V.Morero, Pinerolo a memoria, Esperienze,
2001
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