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GIORNALE DELL'UFFICIO SCUOLA INSEGNANTI DI RELIGIONE DELLA DIOCESI DI PINEROLO  



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Pinerolo a memoria
Una chiesa da raccontare (5)
di Vittorio Morero
Anno I - N.6 - Novembre 2005
 

Le difficoltà di metodo e di impostazione teologica erano piuttosto riscontrabili con la generazione dopo e con i coetanei, anche perché dopotutto noi dei Centri Diocesani avevamo anche i nostri integralismi, le nostre opzioni, non sempre flessibili e imparziali. Ad esempio si aveva una certa ritrosia nei confronti della pietà popolare che ci portava a preferire i salmi al Rosario, l'omelia teologicamente corretta a quella aneddotica e moralista (non per nulla ai tempi del dissenso negli Anni '70 gli eredi del nostro Centro Diocesano allestirono una specie di inchiesta che in maniera un po' impietosa registrò un bel numero di omelie che vennero pubblicate con relativo commento), una organicità formativa che collocava in secondo piano l'apparato ricreativo dell'Oratorio e quindi il Teatro dei bambini e il Carnevale dei medesimi di don Lisa che pure hanno avuto un grande impatto sulla città, hanno educato una generazione intera, hanno mostrato un volto positivo della Chiesa, un volto gioioso, disinibito, umanizzante nei canoni del cosiddetto umanesimo integrale di Maritain, che pure noi professavamo in linea teorica. Certo la dialettica era fine e non semplicemente reattiva al dinamismo degli altri che è sempre stata malattia pinerolese con l'abitudine di assolvere la pigrizia e di maciullare chi lavora e inventa. Si temeva infatti che il primato della ricreazione nascondesse un certo minimalismo di proposte e anche di formazione e in più non tenesse conto di una questione che allora era molto viva nella Chiesa e fuori, cioè la questione sociale.

Prendevano corpo dunque in quella stagione altre coordinate che avrebbero poi creato nell'immediato futuro (Anni '70 sopratutto) una certa spaccatura all'interno della comunità cattolica, ma anche nella società: le coordinate del riformismo ecclesiale in rapporto al Concilio e le coordinate del riformismo politico anche in chiave di lettura marxista della società da parte di alcuni. Le due coordinate erano connesse fra loro ed erano presenti anche se con un certo dosaggio nell'Azione Cattolica giovanile che venne dopo di noi, quella non più di Aurelio Bernardi, ma di Elio Salvai e di Claudio Canal sia pur temperate da una scelta dell'assistente diocesano Giorgio Accastelli tendenzialmente portato a privilegiare la scelta religiosa su quella ideologica. Coordinate che però passarono ben presto in ambito extraistituzionale, nel Movimento studenti di Don Franco Barbero, fuori dai rigidi canoni dell'Azione Cattolica che rimase così un po' orfana di quadri dirigenti (anche Accastelli si trasferì come parroco a San Lazzaro) quindi votata al tramonto (fu un grave errore!)

Devo dire che ho camminato con una certa difficoltà in quei tempi di transizione e di rapido e infuocato cambiamento. Appartengo infatti alla generazione che è stata lambita dal 68, ma non ha fatto il 68 se non per riflesso e per riflesso critico e ciò non per merito o demerito, ma perché eravamo quasi quarantenni e quindi un po' vaccinati. Così è successo per Aurelio Bernardi, Alberto Barbero, anche per la Fuci che rimase fedele a se stessa e tardò in qualche modo il suo esaurimento.

La Fuci di Pazé non stava fuori da quelle coordinate, ma in chiave di riflessione e non in chiave movimentista, soprattutto quando il gruppo Pazé-Fassone-Losano si raccolse attorno alla rivista La Fornace che era in certo qual modo la continuazione extra istituzionale della Fuci e Pazé stesso cominciò a imboccare la strada dell'ecumenismo.

(5.Continua)

V.Morero, Pinerolo a memoria