Le difficoltà di metodo e di impostazione
teologica erano piuttosto riscontrabili con la generazione dopo e
con i coetanei, anche perché dopotutto noi dei Centri Diocesani
avevamo anche i nostri integralismi, le nostre opzioni, non sempre
flessibili e imparziali. Ad esempio si aveva una certa ritrosia
nei confronti della pietà popolare che ci portava a preferire i
salmi al Rosario, l'omelia teologicamente corretta a quella
aneddotica e moralista (non per nulla ai tempi del dissenso negli
Anni '70 gli eredi del nostro Centro Diocesano allestirono una
specie di inchiesta che in maniera un po' impietosa registrò un
bel numero di omelie che vennero pubblicate con relativo
commento), una organicità formativa che collocava in secondo
piano l'apparato ricreativo dell'Oratorio e quindi il Teatro dei
bambini e il Carnevale dei medesimi di don Lisa che pure hanno
avuto un grande impatto sulla città, hanno educato una
generazione intera, hanno mostrato un volto positivo della Chiesa,
un volto gioioso, disinibito, umanizzante nei canoni del
cosiddetto umanesimo integrale di Maritain, che pure noi
professavamo in linea teorica. Certo la dialettica era fine e non
semplicemente reattiva al dinamismo degli altri che è sempre
stata malattia pinerolese con l'abitudine di assolvere la pigrizia
e di maciullare chi lavora e inventa. Si temeva infatti che il
primato della ricreazione nascondesse un certo minimalismo di
proposte e anche di formazione e in più non tenesse conto di una
questione che allora era molto viva nella Chiesa e fuori, cioè la
questione sociale.
Prendevano corpo dunque in quella stagione
altre coordinate che avrebbero poi creato nell'immediato futuro
(Anni '70 sopratutto) una certa spaccatura all'interno della
comunità cattolica, ma anche nella società: le coordinate del
riformismo ecclesiale in rapporto al Concilio e le coordinate del
riformismo politico anche in chiave di lettura marxista della
società da parte di alcuni. Le due coordinate erano connesse fra
loro ed erano presenti anche se con un certo dosaggio nell'Azione
Cattolica giovanile che venne dopo di noi, quella non più di
Aurelio Bernardi, ma di Elio Salvai e di Claudio Canal sia pur
temperate da una scelta dell'assistente diocesano Giorgio
Accastelli tendenzialmente portato a privilegiare la scelta
religiosa su quella ideologica. Coordinate che però passarono ben
presto in ambito extraistituzionale, nel Movimento studenti di Don
Franco Barbero, fuori dai rigidi canoni dell'Azione Cattolica che
rimase così un po' orfana di quadri dirigenti (anche Accastelli
si trasferì come parroco a San Lazzaro) quindi votata al tramonto
(fu un grave errore!)
Devo dire che ho camminato con una certa
difficoltà in quei tempi di transizione e di rapido e infuocato
cambiamento. Appartengo infatti alla generazione che è stata
lambita dal 68, ma non ha fatto il 68 se non per riflesso e per
riflesso critico e ciò non per merito o demerito, ma perché
eravamo quasi quarantenni e quindi un po' vaccinati. Così è
successo per Aurelio Bernardi, Alberto Barbero, anche per la Fuci
che rimase fedele a se stessa e tardò in qualche modo il suo
esaurimento.
La Fuci di Pazé non stava fuori da quelle
coordinate, ma in chiave di riflessione e non in chiave
movimentista, soprattutto quando il gruppo Pazé-Fassone-Losano si
raccolse attorno alla rivista La Fornace che era in certo qual
modo la continuazione extra istituzionale della Fuci e Pazé
stesso cominciò a imboccare la strada dell'ecumenismo.
(5.Continua)
V.Morero, Pinerolo a memoria