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Takashi
Nagai, definito il “Gandhi giapponese”, già radiologo e
professore universitario a Nagasaki, dopo quel 9 agosto del 1945
in cui trovò incenerito il corpo della moglie Midori, a seguito
dell’esplosione atomica, si è quasi interamente dedicato alla
scrittura. Viveva a Urakami, il rione di Nagasaki abitato in
maggioranza da cristiani. Il quartiere dove c’era la più bella
cattedrale dell’Estremo Oriente che fu anche l’epicentro della
deflagrazione atomica, che ucciderà 72 mila persone. Una delle
due campane quel giorno venne danneggiata. L’altra fu estratta
intatta dalle macerie divenendo poi il simbolo della continuità
della vita nella città martoriata. A queste campane s’ispirò
Takashi Nagai nello scrivere il suo libro “Le campane di
Nagasaki”, che divenne un best-seller mondiale per la forza del
suo messaggio di pace, così pure la riduzione cinematografica.
L’influenza di
Takashi Nagai è stata soprattutto spirituale: coi suoi scritti e
con la sua testimonianza di malato terminale di leucemia (per via
del suo lavoro di radiologo prima e dell’esplosione nucleare
poi) ha lavorato per far crescere la positiva disposizione
interiore verso un avvenire di pace. Con le sue opere (in quattro
anni ha pubblicato 15 volumi), attraverso la sua esperienza
eccezionale e la sua competenza, si è proposto innanzitutto di
fare un resoconto fedele dell’esplosione atomica, quindi di
operare all’instau-razione della pace, convinto che una pace
duratura si può fondare soltanto sullo spirito d’amore.
Alla fine del
libro “Le campane di Nagasaki” ha scritto: «L’umanità
sarà felice nell’era atomica, oppure misera? Di quest’arma a
doppio taglio nascosta da Dio nell’universo ed ora scoperta dall’uomo,
che farne? Un buon uso farebbe progredire a grandi passi la
civiltà; un cattivo uso distruggerebbe il mondo. La decisione sta
nel libero volere dell’uomo. Egli tiene in mano il proprio
destino. Pensandoci, ci si sente assaliti dal terrore e, per conto
mio, credo che un vero spirito religioso sia l’unica garanzia in
questo campo… In ginocchio nella cenere del deserto atomico,
preghiamo perché Urakami sia l’ultima vittima della bomba».
Antonio Denanni
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