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Casalpina era decisamente una punta avanzata
nella pastorale della Diocesi, subiva in quanto tale molte
critiche soprattutto quando venne praticata la mixité, ma era
benedetta da quel santo vescovo che era Binaschi, che in certo
modo era molto più avanzato di molti preti. Allora i rapporti di
un giovane prete con il vescovo erano molto sporadici, formali,
per lo più funzionali e anche sbrigativi. Binaschi era un vescovo
presente e assente allo stesso tempo, così da far maturare le
iniziative e custodire quel pluralismo che già allora si
frantumava nelle individualità. Ciascuno votato alla sua
attività, ciascuno nel suo laboratorio, ciascuno a crogiolarsi
nei suoi problemi o specchiarsi nel proprio specchio. Tutto era
verticale, l'orizzontale era poco praticato. Non ricordo di
rapporti dell'Oasi con altri preti e così Casalpina e così l'Onarmo
di don Guglielmino, perfino il Seminario era un gruppo a se
stante, molto attive, ma anche molto ingessate. Una comunione
diocesana che si consumava solo nel rapporto dei vari gruppi con
il vescovo che era l'unico a distribuire garanzie di legittimità,
l'unico ad essere informato nei dettagli, l'unico a esplicitare
sotto forma di stimoli (molti) e di rimproveri (pochissimi) un
consenso esplicito, una qualche valutazione. È il difetto
dominante di questa diocesi, ancora oggi.
Amicizie certo, ma a cerchi
ristretti e selezionati con qualche eccezione perché nei tempi
della mia gioventù i parroci si scambiavano i pulpiti con molta
più facilità di oggi. Ma don Barra predicava ovunque meno che
nelle nostre parrocchie, don Guglielmino era ammirato ma doveva
stare nel suo ambito, don Ricca era una volta più isolato.
Carismi che non si diffondevano. Me ne accorsi quando arrivai come
vice assistente alla Giac maschile, che pure aveva una rete
diocesana, ma trovava difficoltà a coordinare, ad animare in
orizzontale le varie associazioni, a mettere in comune le
esperienze, a sollecitare un minimo di riconoscimento reciproco.
Finiva che un discorso comune arrivava a laici con molta
facilità, che una certa ecclesiologia si affermasse a livello
laicale con un certo entusiasmo, ma poi tutto veniva frenato da
una conduzione parrocchiale un po' arroccata, timorosa, in difesa
della sua autonomia specifica che sovente non riusciva a creare
partecipazione e condivisione. Insomma i laici chiamati a
partecipare all'apostolato, ma la loro partecipazione non si
svolgeva e quindi tutto rimaneva virtuale al chiuso
dell'associazione. Qualche volta si assisteva a parrocchie che
funzionavano a doppia velocità, la prima quella generale e comune
a se stante, la seconda quella dei laici dell'Azione Cattolica,
che però si consumava in un ambito ristretto. Il duopolio aveva
una ragione anche strutturale poiché i preti facevano riferimento
alla Curia che conserverà a lungo una teologia da cristianità
diffusa, mentre avveniva tutto il contrario, da parte loro i laici
facevano riferimento ai Centri Diocesani e i Centri Diocesani a
quelli nazionali forniti di una teologia missionaria.
(2.Continua) V.Morero, Pinerolo a memoria
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