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GIORNALE DELL'UFFICIO SCUOLA INSEGNANTI DI RELIGIONE DELLA DIOCESI DI PINEROLO  



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Pinerolo a memoria
Una Chiesa da raccontare (2)
  di Vittorio Morero
Anno I - N.3 - maggio 2005
 

Casalpina era decisamente una punta avanzata nella pastorale della Diocesi, subiva in quanto tale molte critiche soprattutto quando venne praticata la mixité, ma era benedetta da quel santo vescovo che era Binaschi, che in certo modo era molto più avanzato di molti preti. Allora i rapporti di un giovane prete con il vescovo erano molto sporadici, formali, per lo più funzionali e anche sbrigativi. Binaschi era un vescovo presente e assente allo stesso tempo, così da far maturare le iniziative e custodire quel pluralismo che già allora si frantumava nelle individualità. Ciascuno votato alla sua attività, ciascuno nel suo laboratorio, ciascuno a crogiolarsi nei suoi problemi o specchiarsi nel proprio specchio. Tutto era verticale, l'orizzontale era poco praticato. Non ricordo di rapporti dell'Oasi con altri preti e così Casalpina e così l'Onarmo di don Guglielmino, perfino il Seminario era un gruppo a se stante, molto attive, ma anche molto ingessate. Una comunione diocesana che si consumava solo nel rapporto dei vari gruppi con il vescovo che era l'unico a distribuire garanzie di legittimità, l'unico ad essere informato nei dettagli, l'unico a esplicitare sotto forma di stimoli (molti) e di rimproveri (pochissimi) un consenso esplicito, una qualche valutazione. È il difetto dominante di questa diocesi, ancora oggi.

Amicizie certo, ma a cerchi ristretti e selezionati con qualche eccezione perché nei tempi della mia gioventù i parroci si scambiavano i pulpiti con molta più facilità di oggi. Ma don Barra predicava ovunque meno che nelle nostre parrocchie, don Guglielmino era ammirato ma doveva stare nel suo ambito, don Ricca era una volta più isolato. Carismi che non si diffondevano. Me ne accorsi quando arrivai come vice assistente alla Giac maschile, che pure aveva una rete diocesana, ma trovava difficoltà a coordinare, ad animare in orizzontale le varie associazioni, a mettere in comune le esperienze, a sollecitare un minimo di riconoscimento reciproco. Finiva che un discorso comune arrivava a laici con molta facilità, che una certa ecclesiologia si affermasse a livello laicale con un certo entusiasmo, ma poi tutto veniva frenato da una conduzione parrocchiale un po' arroccata, timorosa, in difesa della sua autonomia specifica che sovente non riusciva a creare partecipazione e condivisione. Insomma i laici chiamati a partecipare all'apostolato, ma la loro partecipazione non si svolgeva e quindi tutto rimaneva virtuale al chiuso dell'associazione. Qualche volta si assisteva a parrocchie che funzionavano a doppia velocità, la prima quella generale e comune a se stante, la seconda quella dei laici dell'Azione Cattolica, che però si consumava in un ambito ristretto. Il duopolio aveva una ragione anche strutturale poiché i preti facevano riferimento alla Curia che conserverà a lungo una teologia da cristianità diffusa, mentre avveniva tutto il contrario, da parte loro i laici facevano riferimento ai Centri Diocesani e i Centri Diocesani a quelli nazionali forniti di una teologia missionaria.

(2.Continua) V.Morero, Pinerolo a memoria